Le vie del suono. Giappone




Ken Kessler




Ken Kessler è uno tra i più noti recensori di Hi-Fi a livello mondiale. Firma autorevole di molte riviste internazionali di settore in lingua inglese, tra le quali ricordiamo Stereophile (USA) e Hi-Fi News (UK). Oltre ad aver realizzato molti libri specifici sulla materia e scritto innumerevoli articoli, può definirsi a pieno titolo un vero appassionato di riproduzione musicale fin dai suoi albori, e rappresenta una delle icone viventi del settore, almeno dal punto di vista giornalistico. Acuto osservatore e grande professionista, coltiva molte altre passioni, tra cui orologi, vini e.. l’Italia..!






La maggior parte di noi ama pensare che gli audiofili giapponesi siano persone completamente folli, ma non è così, anzi dobbiamo ammettere che gli amanti della musica di tutto il mondo dovrebbero invece ringraziarli, molto di più di quanto non sia mai stato fatto in passato. Se ci fermiamo ad analizzare gli orientamenti, che da sempre dominano il settore audio high-end sin dalla nascita, dobbiamo riconoscere che quasi tutte queste tendenze sono nate proprio in Giappone. Ma per quale motivo nessuno riconosce ai giapponesi il merito di tutto questo?
La risposta è semplice: quando è stata l’ultima volta che avete letto una rivista giapponese di Hi-Fi? Ogni volta che ci troviamo di fronte a una qualsiasi novità in ambito Hi-Fi, diamo sempre per scontato che sia stata introdotta dagli americani o dagli inglesi, basti pensare alla bobina mobile o alla rinascita delle valvole in generale. Ma non è così. Questo accade solo perché l’inglese è da sempre la lingua “globale”, in tutti i settori: nella scienza, nella letteratura, nell’alta finanza e nel mondo dell’intrattenimento in generale. La verità è un’altra: dietro “quasi” ogni nuova creazione audio si nascondono proprio i giapponesi, con la loro ossessione per il dettaglio, le loro tradizioni e la loro abilità artigianale. E bisogna ammettere che arrivano sempre per primi.

I ricordi della vita terrena
Per poter capire a fondo cosa significhi tutto questo in termini pratici, o meglio come ciò si traduca nelle abitudini quotidiane di un nipponico appassionato di Hi-Fi, vi consiglio di leggere una qualsiasi rivista giapponese o di visitare un qualsiasi sito Internet. Noterete, nelle foto che rappresentano gli impianti dei lettori giapponesi, delle situazioni piuttosto particolari, difficili da trovare in altri paesi. Tra le cose più curiose ci sono le scaffalature, che il più delle volte occupano intere pareti dal pavimento al soffitto e che risultano sempre piene di apparecchi usati, di cavi, di pezzi di ricambio, insomma sono pieni di roba vecchia e di poco valore. Ciò accade soprattutto nel caso di foto di lettori fanatici di Hi-Fi (è raro che su una rivista o su un sito Internet appaia l’impianto di un audiofilo alle prime armi). In effetti non si capisce per quale motivo i giapponesi non si liberino mai di nulla, forse perché la maggior parte degli apparecchi vecchi di fatto ha così poco che tanto vale tenerseli, a parte i “grandi classici”, naturalmente.
All’origine di questo tipo di atteggiamento vi sono però anche altre ragioni, a sfondo più romantico e filosofico; non si tratta solo di quanto poco valgano gli impianti usati. La verità è che i giapponesi vogliono conservare un ricordo di tutto ciò che riguardi la loro vita terrena (non a caso quando viaggiano scattano migliaia di foto) e questo accade anche con l’impianto Hi-Fi. Insomma, qualsiasi sia il motivo, i giapponesi sono pressoché imbattibili nel valutare attentamente i cambiamenti da apportare al loro impianto e sembra che abbiano sempre un gran numero di apparecchi e accessori a disposizione ogni volta che devono modificare il rendimento del loro impianto.

Volontà di apparire
Tutto questo è perfettamente normale in Giappone, soprattutto a giudicare dai negozi. Tutte le volte che sono stato in questo Paese, sono sempre andato in negozi high-end e ogni volta restavo a bocca aperta per la varietà e la qualità degli accessori.
Per farvi un esempio, l’ultima volta nel 2005, ho trovato un nuovo modello di cuffie da 100 euro circa: ci credete se vi dico che sono le migliori che abbia mai usato in vita mia? Gli altoparlanti, i padiglioni, le prese audio: tutto rifinito perfettamente, neanche fossero gioielli preziosi, in una confezione adeguata e complete di manuale di istruzioni. Dobbiamo ammettere che tutto ciò che proviene dal Giappone è lontano anni luce dal dilettantismo occidentale.
Quando poi ti capita di visitare la sala d’ascolto di un giapponese, per prima cosa non ti spieghi come mai si tratti sempre di stanze minuscole, dopodiché ti siedi e cominci a valutare attentamente ogni minimo particolare. Ti chiedi ad esempio come riescano i giapponesi ad ammassare così tanti oggetti, in così poco spazio. Non si capisce, poi, perché continuino a utilizzare, avendo appunto così poco spazio a disposizione, dei diffusori a tromba della Tannoy o della Klipsch, quando esistono dei modelli più piccoli e che suonano pure molto meglio. Penso che tutto questo dipenda dalla “volontà di apparire” dei giapponesi, come mi ha confermato un mio amico giapponese, grande appassionato di musica. Ciò non significa, però, che i giapponesi aspirino semplicemente a possedere volgarissime macchine di grosse dimensioni o orologi tanto costosi quanto appariscenti.
Si tratta piuttosto di voler raggiungere a tutti i costi uno status quo, in termini di ascolto.

Potenza della stampa
Vi faccio un esempio. Se le riviste specializzate giapponesi scrivono che bisogna assolutamente avere degli altoparlanti con 18 woofer, tutti corrono a comprarli, e ciò dimostra quanto la stampa sia potente in questo paese, molto più che altrove.
E poi non vi dimenticate che è stato proprio un giapponese a mettersi in casa un impianto con diffusori a tromba che dal giardino arrivano in casa passando attraverso la cantina. C’è da dire, comunque, che in qualche modo i giapponesi riescono sempre a far funzionare tutto. Mi è capitato di vedere, migliaia di volte, delle case giapponesi le cui sale d’ascolto non erano più grandi di 3 o 4 metri, con dentro altoparlanti progettati per stanze di minimo 5 o 6 metri. In ogni caso, a parte la scomodità di posizionarli e metterli a punto, i giapponesi fanno di tutto per acquistare degli altoparlanti enormi e comportarsi, poi, come se fossero dei bonsai.
Non a caso ho usato questa analogia: di fatto la cultura giapponese compenetra ogni parte dell’impianto audio. Basti pensare a tutte le creazioni, tanto bizzarre quanto meravigliose, provenienti dal Giappone, come ad esempio i lettori CD e i giradischi thread (a filo?), i bracci multi-pivot, testine rifinite in giada, in laccato urushi, in lamine d’oro, o con strutture in massello di radica.

Novità dal Giappone
Ogni volta poi che si parla di miniaturizzazione, bisogna riconoscere che i giapponesi sono imbattibili. Persino la tecnica artigianale dei modellini di macchine in miniatura, tipicamente europea, più specificatamente di competenza di italiani e francesi, è stata appresa dai giapponesi alla perfezione. In tema di impianti Hi-Fi, poi, i giapponesi attribuiscono una tale importanza al particolare, che non ci possiamo meravigliare che siano stati proprio loro a realizzare le migliori bobine mobili al mondo. Insomma, ci voleva proprio qualcuno, negli Stati Uniti e in europa, che “spiegasse” al resto del mondo che le novità del settore audio non sempre nascono in Inghilterra o negli Stati Uniti.
Solo qualche esempio: gli altoparlanti a tromba sono stati rimessi in circolazione dai giapponesi e solo successivamente sono diventati famosi in Francia, e poi in tutto l’Occidente, grazie a quel genio di Jean Hiraga. Che dire delle testine a bobina mobile? È stato il leggendario Dave Fletcher della SOTA e Sumiko (sebbene piaccia molto alla Linn fregiarsi di questo) a introdurle nuovamente in Occidente, ma provenivano anch’esse dal Giappone, naturalmente.
E i triodi single-ended?
I giapponesi non hanno mai smesso di ammirare i Western Electric 330B. Per non parlare, poi, dei diffusori a nastro e dei collegamenti in argento. Sono stati introdotti in Occidente da Audionote e da Bob Yates. Che dire, per concludere?
Magari potessimo comprendere il ritmo del tamburo di Kodo e il koto pizzicato... e capire una volta per tutte come i giapponesi possano ottenere una qualità del suono così speciale, nonostante amino una musica praticamente priva di gamma media.

Ken Kessler